Figli di un cratere minore

Ad alzare di notte lo sguardo oltre le mura della città lungo la valle, i borghi del cratere sismico sembrano mucchietti di stelle precipitate dal cielo.

I terremotati del contado che fondò tanti secoli fa L’Aquila, trascorrono la loro prima estate nei villaggi dei Map, alias Moduli Abitativi Provvisori, allestiti vicino i borghi più distrutti, come Fossa, Villa Sant’Angelo, Tione degli Abruzzi, Castelnuovo, Paganica e Pescomaggiore, Camarda, Tempera, Arischia, Poggio Picenze Tussillo, Fagnano, Roio, e la più famosa Onna e altri ancora.

Commuovente è stato vedere i tanti emigrati che sono tornati e hanno passato l’estate in tenda, perché la loro seconda casa è inagibile. E il santo patrono lesionato dal sisma portato in processione il giorno della festa dai Map al Mep, ovvero al modulo ecclesiastico provvisorio, uno dei tanti spuntati in queste valli, dove ci sarebbero centinaia di chiese vere da ricostruire.

Non tutti sanno infatti che il sisma del sei aprile ha provocato danni in 250 centri in tutto l’Abruzzo e anche nel Lazio. Una trentina di borghi sono stati classificati nella stima del danno della Protezione civile con valori superiori al 7, il che equivale al centro storico distrutto ed inagibile.

Sono centinaia e centinaia i palazzi storici vincolati e le chiese nei 48 comuni del cratere sismico gravemente danneggiati, a cui andrebbero aggiunte, fuori il cratere, solo per fare qualche esempio, il palazzo comunale di Chieti, e le più importanti chiese di Sulmona, tra cui la splendida Annunziata, i cui affreschi sono stati già rovinati dalle infiltrazioni d’acqua piovana. Secondo una prima approssimativa stima, per la ricostruzione abruzzese serviranno complessivamente oltre 15 miliardi di euro.

Su questi borghi diruti incombe un incantesimo burocratico chiamato Piano di ricostruzione. Prima della sua approvazione neanche una pietra potrà essere mossa all’interno dei centri storici. Ma sono in pochi a sapere cosa ci sarà scritto in questo Piano a cui lavorano dotti, tecnici e sapienti. La cosa certa è che la sua stesura porterà via chissà quanto tempo. ”I piani di ricostruzione, sono in molti casi inutili , basterebbero i dettagliati piani di recupero già in possesso dei Comuni, i vincoli, regolamenti e le mappe già vigenti, per aprire subito i cantieri e rifare i paesi com’erano ed anzi più belli e funzionali di prima”.

Ed il sospetto è che allora il Piano serva appunto ad andare piano, a prendere tempo, perché i soldi per la ricostruzione non ci sono. E c’è poi un altro atroce interrogativo: in Italia, dove si tagliano fondi alla cultura e le ore di storia dell’arte nelle scuole, dove quotidianamente si assiste alla distruzione dei paesaggi, sarà una priorità ricostruire sperduti paeselli medievali abruzzesi, che già si stavano spopolando, che nessuno conosce, perché stranamente dopo i sisma sono stati ignorati dai media?

Nella Cronica di Buccio di Ranallo, storico del XIV secolo, si racconta in endecasillabi che l’Aquila fu fondata dai borghi di quello che ora è un cratere sismico disseminato di macerie, e dai numerosi castelli sparsi sull’altipiano, novantanove secondo la leggenda, come le cannelle della famosa fontana, le piazze e le chiese della città colpita a morte dal terremoto del sei aprile.

”Ricostruire l’Aquila è un’impresa che non può essere separata dalla ricostruzione del suo contado, come sono la stessa cosa il fiume e la sorgente da cui trae origine”, spiega lo storico Alessandro Clementi.

Gli anziani che fuori i Map, trascorrono le giornate sulle seggiole a guardare i ruderi del paese vecchio, una risposta l’hanno già trovata, e molti con composta e dignitosa coerenza si lasciano morire. Le erbacce invadono i vicoli e le piazzette abbandonate, dimostrando che la vita è tenace e riesce ad attecchire anche nei luoghi più estremi.

  • Far rinascere Pescomaggiore, ricostruire l’abitare

    Scrive l'amica Novella: '' Mi viene da pensare che le crepe, cosi’ come le rughe, siamo abituati a considerarle con un’accezione negativa, come tracce di decadimento, come fratture. Eppure in quei solchi c’e forse tutta l’energia, l’essenza della vita che ci puo’ dare la forza per ricostruire, per riaprire uno spazio e per ripensare un vuoto che ci coglie all’improvviso. Questo costa fatica: come ho appreso da poco “fatica” viene da fatis, crepa, fenditura. La soluzione forse sarebbe proprio in questa fatica del “fare spazio”, dell’aprire un varco dentro di se’, esorcizzando cosi’ la perdita e attraversandola con le proprie forze rinnovate, ricompattate dall’interazione con gli altri, dalla creazione di nuove dimensioni di vita, da nuove percezioni abitative, da nuove spazi''. E' quello che nel nostro piccolo stiamo provando a fare con il progetto EVA, a Pescomaggiore, dopo il terremoto del 6 aprile 2009.