Ecovillaggio: ricostruire l’abitare
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno cambiato, quando davanti al ciambellone durante la colazione di Pasqua, la prima cosa che pensi è che la tua città rischia di diventare, non a causa del terremoto, ma della ricostruzione, una sterminata periferia con un buco in mezzo, e ti metti pure a spiegare il concetto di sprawl urbano a tua nonna, che non ti capisce ma è fiera di avere un nipote istruito, e agli zii, che ti rispondono con una bonaria pacca sulla spalla e ti invitano ad assaggiare il salame fatto in casa e a tirare a campare.
Capisci che la condizione di terremotato tuo malgrado diventa giorno dopo giorno una sorta di professione, quando al bar ti metti a parlare, con improbabile piglio dottorale, di tamponature, grana del pietrisco che va nel cemento, dello spessore dei tondini. Un anno fa prima di quei 23 secondi, non ti eri mai chiesto di che cosa fossero fatti, o meglio non fatti, i muri e i pilastri di casa tua che per miracolo non ti è crollata addosso, come non sapevi di vivere in una città costruita sopra una faglia. Ignoranze comuni a tanti abitanti della nostra ballerina penisola.
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa, ti si sono incrostati dentro, quando fuggi dal cratere e ti senti straniero in una città normale, viva e senza crepe. Mentre se vai in gita a Pompei ti senti stranamente a casa, perché dopo un anno ruderi e macerie cominciano a far parte del tuo paesaggio e ti ci sei un po’ affezionato.
La tua libreria, ora che finalmente ne hai una una, intanto si riempie di libri che parlano di distruzioni e ricostruzioni.
Osservando quegli strani oggetti sempre più demodè, i libri appunto, ti chiedi a che serve averli aperti e aver preso sul serio le parole che contengono.
Dopotutto, non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani. Le città hanno una vita propria, hanno un loro proprio essere misterioso e profondo, hanno un loro volto, hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino, non sono cumuli occasionali di pietre. Le città perdono forma, diventa sempre più difficile distinguerle dalla non-città. Si costruisce per il mercato, non per i cittadini. In un decennio in Italia è stato cementificato terreno agricolo grande quanto l´Umbria. «Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole.
Ai trionfanti e presunti uomini del fare, coloro che ricostruiranno L’Aquila, e gestiranno miliardi di euro, questo chiacchiericcio procura sommo fastidio.
Le città che esplodono nelle periferie in una folle colata autofaga di cemento, i centri storici che si svuotano e le campagne che vengono divorate, sono per loro un segno di modernità ed efficienza, un motivo di vanto, una garanzia di potere e certa rielezione.
A casa di un mio amico, osservando un pesciolino rosso dentro una boccia di vetro sopra il davanzale, mi chiedevo spesso: «Ma non si annoierà, poverino, a girare in tondo tutto il tempo dentro quella piccola sfera?».
No, non si annoiava, perché ho poi scoperto che i pesciolini rossi sono dotati di memoria molto breve, e ciò costituisce il segreto della loro piccola e incrollabile felicità. Il mondo di acqua e luce dentro la sfera di vetro, grazie alla loro capacità di dimenticare, deve apparirgli ogni giorno come un luogo delle meraviglie.
Lo stesso identico mangime, allo smemorato pesciolino, ogni volta deve sembrare una prelibatezza mai assaporata prima, degna del re di tutti i mari. Anche noi umani post-contemporanei, spiegano gli scienziati, stiamo sviluppando una sempre più pronunciata memoria breve. Perchè l’oblio, la capacità di resettare in continuazione la nostra scatola cranica, è insomma un meccanismo che preserva la salute mentale e la serenità in un eterno ritornello dell’uguale.
L’oblio può anche uccidere, come è avvenuto anche a L’Aquila. Per rendersene conto basta navigare in un archivio di notizie di qualche quotidiano on-line locale.
Inserendo, tanto per cominciare, parole ed espressioni come «terremoto», «zona sismica», «faglia», «norme antisismiche», «prevenzione sismica». Ebbene, non sfuggirà che esse compaiono quasi tutte in pagine pubblicate dopo il 6 aprile 2009.
Prima dell’autunno del 2008, queste parole diventano poi rare come la rosa di Atacama o l’asino albino, e le troviamo più che altro in espressioni metaforiche, come ad esempio «terremoto politico», oppure incastonate in frasi come «sisma giudiziario travolge la giunta».
Più frequenti, nei mesi precedenti il terremoto che ha creato distruzione e morte a L’Aquila, l’espressione «sciame sismico», quasi sempre associata a «niente allarmismi», «normale e progressivo rilascio di energia», «tutto sotto controllo», «fase di assestamento», «procurato allarme», «I terremoti non sono prevedibili».
Praticamente sconosciute alla comunità dei parlanti prima del 6 aprile, erano parole oggi a L’Aquila frequentatissime e di uso comune come «tamponature», «cemento armato», «staffe», «pilastri», «casa antisismica», «micro-zonazione», «carotaggio», «indagini geo-strutturali». Queste semplici constatazioni, rese possibili dalla consultazione di un archivio di notizie e parole, suggeriscono alcune riflessioni.
Tanto per cominciare a L’Aquila avevamo dimenticato di vivere in una terra ad altissimo rischio sismico, con interi quartieri costruiti sopra le faglie e in suoli che amplificano le onde telluriche. Ci eravamo dimenticati l’antica saggezza che consente di interpretare i segni di avvertimento che sempre la natura lancia prima di ogni catastrofe. Avevamo dimenticato chi e come aveva costruito la nostra casa, con quali materiali, con quali precauzioni.
Per anni avevamo gettato in qualche angolo dimenticato della nostra memoria, come inutili cianfrusaglie, parole che ci avrebbero consentito di prendere coscienza e di comunicare un rischio terribile e altamente probabile. Eravamo invece pronti a censurare ogni parola e ogni pensiero profeta di sventura, che minacciava la nostra instabile serenità, il nostro irresponsabile benessere. Anche noi forse eravamo come quel pesciolino rosso sul davanzale a casa del mio amico. A girare in tondo in un beato e spensierato oblio. Nell’illusione che la sfera di vetro che ci ospitava, fosse eterna ed infrangibile.
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa ti hanno cambiato perché già dopo un anno vorresti tanto parlare d’altro e dare le dimissioni da questo contratto a tempo indeterminato come terremotato critico che non ti sei scelto.
Stanotte si è celebrato il primo anniversario del terremoto.
Capisci che quei ventitré secondi di un anno fa qualcosa ti hanno insegnato, perché non hai resistito e sei scappato in montagna. Lassù a Pescomaggiore, ai piedi del Gran Sasso, gigante che dorme, e che ogni tanto si sveglia, per una danza di morte. Su quegli altopiani incantati dove il vento pettina il grano dorato. E hai pensato: voglio essere qui ed altrove. La mia terra non la lascio. Voglio emigrare con lentezza, mettermi in cammino affondando le radici. Voglio ricostruire l’abitare. Insieme ad altre persone. Perchè il terremoto ha fatto capire non è vero che si muore da soli. C’era sempre qualcuno, quella notte, spesso uno sconosciuto arrivato da chissà dove, che fino a l’ultimo ha provato a tirarti fuori dalle macerie. E voglio vivere riconciliato con la terra. Condividendo il poco che si ha, a comiciare dal tempo e dallo spazio e dalla profodità. In una casa che è tua perchè te la sei costruita con le tue mani e rimarrà tua solo finchè sarai felice di abitarla. In una comunità come uniche regole il buon senso, la tolleranza, l’umiltà, la curiosità, l’attenzione, con vicino di casa il mondo intero.
Laggiù c’è una città buia avvolta da migliaia di piccole fiammelle che l’avvolgono in un abbraccio di luce. E i trecentotto rintocchi è come averli sentiti lo stesso trasportati dal vento. Tutto intorno una costellazione di paesini distrutti, sparsi nelle valli, che immagini silenziosi anche loro.
Conti fino a 23, ma capire qualcosa del mistero dell’istante e della durata devi contare come fanno i registi: milleuno, milledue, milletre, millequattro, millecinque, millesei, millesette, milleotto, millenove, milledieci… fino a 23, immaginando nel frattempo la volta celeste sopra di te aprirsi e squarciarsi con un urlo sordo. Del resto c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce,cantava Leonard Cohen.
Luter Balla
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