La patata turchesa

Si chiama turchesa per il suo colore caratteristico, è una patata ricca di antiossidanti ed era una coltura tipica dell’Abruzzo in via di estinzione di cui il Parco del Gran Sasso ha avviato il recupero. L’avevano snobbata, scacciata in fondo ai campi e dimenticata fino a farla quasi estinguere. Eppure la sua buccia, come tutte le cose viola e blu, è ricca di antiossidanti e ha quindi proprietà anticancro.

Le caratteristiche della patata sono riconducibili alla combinazione delle condizioni ambientali unite alla specificità del genotipo. Il tubero si caratterizza principalmente per la buccia di colore viola intenso contenente una notevole quantità di sostanze antiossidanti, paragonabili a quelle del cavolo, e per la pasta bianca.  La patata turchesa presenta un elevato contenuto di sostanza secca, consistenza e granulosità media che la rendono adatta a diversi usi e cotture. La coltura viene seminata a maggio e raccolta a ottobre.

Veniva cucinata sotto la cenere e poi mangiata con la buccia ed il sapore è straordinario. A salvare il tubero ci ha pensato il Parco Nazionale del Gran Sasso. Il primo passo è stato recuperare gli ultimi 33 tuberi, in due orticelli a Isola del Gran Sasso e San Giorgio.

A quel punto è stato avviata la moltiplicazione in vitro e due anni dopo i 33 tuberi hanno restituito 10.000 mini-patate con cui il Parco nel 2005 ha avviato la coltivazione in due campi, a Barisciano e Assergi.

A questo punto la semina prodotta è stata affidata a circa sessanta piccoli agricoltori ‘custodi’. Tra questi anche noi del villaggio di Pescomaggiore. Le patate raccolte quast’anno, circa 80 chili, putroppo non potranno essere mangiate.

Una parte dovrano essere restituite al Parco e affidate ad altri agricoltori, il resto saranno da noi riseminate.

  • Far rinascere Pescomaggiore, ricostruire l’abitare

    Scrive l'amica Novella: '' Mi viene da pensare che le crepe, cosi’ come le rughe, siamo abituati a considerarle con un’accezione negativa, come tracce di decadimento, come fratture. Eppure in quei solchi c’e forse tutta l’energia, l’essenza della vita che ci puo’ dare la forza per ricostruire, per riaprire uno spazio e per ripensare un vuoto che ci coglie all’improvviso. Questo costa fatica: come ho appreso da poco “fatica” viene da fatis, crepa, fenditura. La soluzione forse sarebbe proprio in questa fatica del “fare spazio”, dell’aprire un varco dentro di se’, esorcizzando cosi’ la perdita e attraversandola con le proprie forze rinnovate, ricompattate dall’interazione con gli altri, dalla creazione di nuove dimensioni di vita, da nuove percezioni abitative, da nuove spazi''. E' quello che nel nostro piccolo stiamo provando a fare con il progetto EVA, a Pescomaggiore, dopo il terremoto del 6 aprile 2009.